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mafia ed imprese conniventi
Sembrava solida la villetta bianca di Giampilieri. L’aspetto era gradevole, con quelle serrande celesti come il cielo quando il tempo è bello. Ora sembra l’icona della tragedia: pencola a sinistra, dopo che acqua e fango hanno spazzato via gran parte delle fondamenta che poggiavano sulla creta incerta.
È l’immagine fedele di un territorio devastato, massacrato dalla furia della corsa al cemento. Oggi a Messina, nel 1966 ad Agrigento che ha visto scivolare via interi quartieri, qualche mese fa a Caltanissetta dove l’ospedale San Giovanni di Dio si è sgretolato rivelando tutta la precarietà di un cemento «taroccato». E’così il territorio siciliano. Lo sanno tutti che le piogge tumultuose hanno facile sopravvento sulle strutture, anche le più moderne, e su una natura debilitata dalla cementificazione selvaggia, dagli argini artificiali imposti ai corsi d’acqua essiccati per far posto al business, dal disboscamento irrazionale e, ancora, dall’avvento del cemento «allungato», incapace di svolgere il ruolo che gli compete.
Sembra una balla eppure è così: la mafia non solo governa ogni tipo di abuso, non solo cambia i piani regolatori per dar forma a veri e propri aborti urbanistici. Non solo tutto questo, adesso cementifica con molta sabbia e poco ferro. E tutto per imporre i modelli edilizi che abbiamo imparato a conoscere a Gela, a Bagheria, a Castellammare, a Termini Imerese, ad Agrigento e lungo le campagne infestate da orribili viadotti, giusto per fare gli esempi più clamorosi. Così ogni anno cadono nel vuoto i saggi ammonimenti, gli allarmanti rapporti di Legambiente, di tutti gli ecologisti e di buona parte degli amministratori più coscienziosi. E’ dura la battaglia contro le ecomafie, perché il nemico non è soltanto il cattivo con la coppola. Spesso siamo noi, le vittime, i migliori alleati dei boss. Noi che ci crediamo furbi se «alziamo» dove non è permesso e aspettiamo la «legge buona» per ottenere un piano in più, magari consigliati da qualche amministratore comprensivo.
Prendiamo la storia di Pizzo Sella, a Palermo. Una montagna tutt’altro che solida, coperta da «simpatiche villette» messe su da costruttori non certo inappuntabili, in un luogo dove non c’era un filo d’erba, senza gli allacciamenti di acqua, luce e fogne (arriveranno in seguito, quando gli acquirenti si erano già resi conto di essere stati gabbati). La telenovela giudiziaria che ne seguì è quella classica, annosa: il solito ping pong fra accusa e difesa, ordini di demolizioni via via ammorbiditi, insomma l’eterno accomodamento. È facile scandalizzarsi, più difficile è continuare ad esserlo fino alla rimozione dello scandalo. Ricordate l’ospedale San Giovanni Di Dio ad Agrigento? Vent’anni per costruirlo e 38 milioni di euro, scrive il rapporto Legambiente dello scorso luglio. Ecco, a cinque anni dall’inaugurazione, gli esperti mandati a controllarne la stabilità hanno scoperto che la «resistenza alla compressione» non è quella indicata nel progetto. In parole povere l’edificio è a rischio crollo. Ventidue avvisi di garanzia e ospedale dimezzato.
In questo caso non si tratta solo di dissesto geologico. La vicenda agrigentina prova che oltre alla «normale» ingordigia mafiosa si è aggiunta la «trovata» di guadagnare ancora di più «allungando» la materia prima delle costruzioni (sia private che opere pubbliche): il cemento prodotto dalle innumerevoli «Calcestruzzi». Ecco, la mafia sfascia il territorio con l’insana gestione delle cave («Le cave sono tutte in mano a noi», raccontava ai giudici, nel lontano 1992, il pentito Leonardo Messina). Ma poi non si accontenta: trucca gli appalti, si aggiudica i lavori e li fa eseguire alle proprie imprese col «cemento allungato».
Illuminanti alcune vicende giudiziarie. Proprio a Messina la magistratura ha sequestrato la Messina Calcestruzzi Srl, 40 automezzi, 39 immobili per una valore di 50 milioni di euro, di proprietà dei fratelli Pellegrino. A Messina costruivano solo loro, scrivono i magistrati. Ma con cemento scarso, mettendo a repentaglio gli edifici della città . Anche il cemento utilizzato per la costruzione di un Centro Commerciale a Contesse non era dei migliori e neppure quello dell’approdo di Tremestieri. Resisterebbero, queste costruzioni, ad un nubifragio? Cosa potrebbe accadere in un territorio a così alto rischio sismico?
Stessi accertamenti sono stati eseguiti su altre imprese: presso l’azienda di Borgetto (Palermo) di Benny Valenza, detto il «re del cemento». Solo che anche quello appariva “depotenziatoâ€, col risultato di dover eseguire accurati controlli sulle opere pubbliche di mezza Sicilia: gli aeroporti di Palermo e Trapani, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo, il costruendo commissariato di polizia di Castelvetrano, paese natale di Matteo Messina Denaro. Secondo il rapporto di Legambiente, ancora, a rischio sono trenta capannoni dell’area industriale di Partinico. E che dire della Calcestruzzi Spa, emanazione sicula del colosso di Bergamo? E la Calcestruzzi Mazara Spa? Aziende alle prese con la giustizia: processi lunghi e lavori a rischio. Esiste addirittura una black list delle opere pubbliche sospettate di «cemento truccato». Fa paura, questa black-list: viadotto di Castelbuono (Pa); la galleria Cozzo Minneria dell’autostrada Messina-Palermo; la superstrada Licata-Torrente Braemi ad Agrigento; il Palazzo di Giustizia di Gela e il padiglione nuovo dell’Ospedale di Caltanissetta. Altro che nubifragio. (Francesco La Licata)



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