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Ricordo di un caro amico

Riviera Mediterranea - Mazara del vallo
Scritto da Mazaracult blogspot   
Venerdì 20 Novembre 2009 17:38

PER GIOVANNI VENEZIA


In antropologia si chiama «sguardo da lontano» quella distanza che permette di guardare con una qualche oggettività critica la realtà che abitiamo o crediamo di conoscere. Giovanni Venezia abitava la nostra città pur senza esserne domiciliato. Se ne era andato da giovane ma in verità non se era mai del tutto staccato, non aveva mai cessato di sentirsi un mazarese. Abitare un luogo non significa semplicemente risiedervi né basta la presenza fisica a fare di un abitante un cittadino. Facoltà storicamente elaborata, socialmente condivisa e culturalmente connotata, abitare vuol dire sottrarre lo spazio alla sua insignificanza, dare forma e sostanza a relazioni e simboli, investire di senso il luogo nel quale riconoscersi. In questo senso Giovanni Venezia ha sempre abitato la nostra città, perché ha tenacemente coltivato il sentimento del luogo, quel senso di appartenenza ad una comunità oggi fortemente in crisi in un tempo in cui alla dilatazione dei riferimenti spaziali per effetto della globalizzazione si accompagna il rischio della delocalizzazione culturale, della perdita esistenziale del senso del luogo.

Per Giovanni Venezia emigrante in Piemonte il luogo elettivo, di fondazione spaziale e di evocazione temporale, era e restava Mazara del Vallo, la città dove era nato e dove aveva sperimentato le prime illusioni e delusioni, il luogo a cui restano tenacemente impigliati i fili invisibili che connettono la trama della vita di ciascuno nell’orizzonte rassicurante dei riferimenti territoriali ed affettivi. «Mazara è dentro di me, direi che me la porto sempre appresso»: così scriveva nell’introduzione a quel libretto che contiene un’intervista sulla città.

Giovanni Venezia viveva a Venaria, a più di mille chilometri di distanza, ma continuava a sentirsi a casa tra le strade e nelle piazze di Mazara, che lo aiutavano ad evocare storie, a rianimare passioni, a rinnovare memorie. Il sentimento del luogo era in Giovanni un capitale prezioso, era movente esistenziale, ragione etica, esigenza civile.

Credo che questa sia la prima lezione che ci lascia, una lezione di umana affezione alla città e una testimonianza di leale cittadinanza. Cittadino non è per diritto naturale l’abitante, ma colui che non solo esercita i diritti e i doveri della condizione giuridica ma pratica le virtù civiche, fa valere lo spirito pubblico, difende e conserva le memorie culturali. Se è vero che la cittadinanza non è qualcosa di empiricamente dato ma status sociale da guadagnare e da rivendicare, Giovanni Venezia è stato cittadino di Mazara con una forte coscienza di appartenenza alla polis, con un profondo sentimento di difesa e di attaccamento al bene collettivo, con una sensibilità e un’attenzione filiale per le sorti della nostra comunità.

Cittadino dunque, ma non solo. La distanza geografica avrebbe potuto produrre quella nostalgia che è sentimento nobile ma spesso malinconicamente inerte, risolvendosi in un atteggiamento di passiva accettazione del presente e in un ripiegamento idillico verso il passato. Giovanni guardava alla nostra città da lontano ma ne aveva un’immagine quotidianamente viva e presente, una conoscenza puntuale e non angusta, una rappresentazione appassionata ma anche spassionata. Dalla memoria della città che aveva lasciato da giovane attingeva la rabbia e l’indignazione civile di chi non si rassegnava allo stato delle cose, di chi partecipava con giovanile emozione a quanto di nuovo e di originale si muoveva nel sottosuolo della società locale. Aveva salutato con entusiasmo le iniziative popolari contro l’istallazione della distilleria, ne aveva seguito gli sviluppi, aveva aderito alla lotta dei movimenti a salvaguardia del territorio. Aveva sostenuto le ragioni di quanti in questa città difendono e conservano le memorie culturali, i beni storici, da quelli archeologici a quelli artistici, di quanti si impegnano, spesso in silenziosa solitudine e nell’indifferenza dell’opinione pubblica, nella crescita sociale e civile della collettività.

Condannava il provincialismo greve e gretto, la decadenza civile e morale in cui Mazara è precipitata, levava la sua voce contro ogni forma di sopruso e di ingiustizia. Spirito liberal ma con vocazione salveminiana, si riconosceva in quel movimento politico che richiamandosi al Mondo di Pannunzio era rimasto minoranza, ai margini del potere trionfante, tra gli ammutinati della storia, tra coloro che crocianamente rivendicavano la laicità dello Stato e sull’esempio degli azionisti battevano la difficile strada del riformismo che fu di Ernesto Rossi e di Norberto Bobbio. Aveva intuito e denunciato i rischi che corre la nostra democrazia, aveva scritto della pericolosa deriva di corruttela a cui sembra avviarsi il nostro Paese, aveva criticato la dittatura della maggioranza. Aveva individuato nella mancanza di senso civico, nell’assenza di una religione civile, la causa dei mali di un’Italia ancora irretita nei vizi denunciati da Guicciardini. Nell’analisi sui costumi degenerati della vita politica aveva introdotto nel linguaggio giornalistico parole nuove come calabrachismo per stigmatizzare l’annosa pratica del servilismo, come vidioti per designare quei cittadini omologati dalla tirannia mediatica, ridotti – come scriveva lo stesso Venezia – a «utili strumenti ammassati in attesa di essere utilizzati, previo plagio e desertificazione delle buone idee».

Giovanni Venezia aveva dunque, da osservatore acuto e attento, lucida consapevolezza dell’evoluzione politica del nostro Paese e dentro l’orizzonte di questa analisi critica non distoglieva lo sguardo dalla città che amava, orientava i suoi ragionamenti e le sue passioni politiche sulle piccole e minute vicende di quella comunità di cui non aveva cessato di sentirsi parte. Aveva condiviso le speranze dei giovani mazaresi, aveva inventato e suggerito progetti per la città, aveva costruito una straordinaria rete di collegamenti attraverso il suo Pungolo, mettendo in comunicazione i mazaresi della diaspora, quei cittadini che vivono lontani dalla città ma ne sono rimasti in qualche modo legati, aveva fondato una sorta di comunità di sentimento, un sodalizio di culto e di affetti, un polo di riferimenti, uno spazio di informazioni, uno strumento conoscitivo, un territorio virtuale di prossimità, di contatti, di relazioni che interpretava compiutamente, nel tempo della globalizzazione, la funzione di valorizzare le risorse locali attraverso l’uso civile dei mezzi offerti da internet. La rete era usata da Giovanni Venezia come un reticolo, come un ponte ideale che mobilitava energie, sensibilizzava cuori e menti, univa i mazaresi in una fitta trama di legami simbolici istituiti attorno ad un unico centro di interesse, un collettore di flussi di network ma anche di memorie comuni, di sentimenti, di desideri, di idee. Il suo sito celebrava il primato del locale, la rivincita del locale sul globale. Giovanni Venezia ha saputo costruire un luogo in cui si sono riconosciuti molti mazaresi, migrati altrove o semplicemente dispersi, dissociati, isolati, ha saputo dar loro voce e spazio, ha connesso le diverse esperienze e testimonianze di quanti hanno a cuore le vicende della città, il suo futuro. Di questo dobbiamo essergli grati, per questo i cittadini di Mazara è bene che non dimentichino Giovanni Venezia, il suo impegno di cittadino innamorato della città.

Ora che il Pungolo – ad un anno di distanza dalla sua morte – ha riattivato il sito e ha ripreso le attività, ad opera del figlio Virgilio, è auspicabile che si possano tornare a leggere gli articoli scritti da Giovanni, paradossalmente oscurati e attualmente irrecuperabili online. Sarebbe bene che i mazaresi, in patria o esuli, raccolgano la sua eredità di idee e di passioni e tornino a dialogare e a ragionare sull’identità della città, sul bene comune, sul suo presente, probabilmente ancora imperfetto, e sul suo futuro, possibilmente migliore.

Antonino Cusumano





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