Ha scatenato polemiche e proteste la recente legge di riforma del servizio idrico. Un provvedimento che impropriamente è stato definito "privatizzazione dell'acqua". Impropriamente perché non è di questo che si parla nel testo: essenzialmente, per l'acqua come per i rifiuti ed il trasporto pubblico locale, si stabilisce il principio che l'affidamento da parte del Comune della gestione (cosa diversa dalla proprietà) avvenga o tramite gara, a cui possono partecipare le società pubbliche, o in forma diretta, ma a condizione che l'ente pubblico riduca la sua quota nella società prescelta.
Una volta chiarito l'equivoco, il provvedimento è ovviamente criticabile nel merito da parte di chi lo abbia approfondito, oltre che nel metodo (il governo lo ha approvato ricorrendo al solito voto di fiducia); ma non è di questo che vorrei parlare. Più semplicemente, mi pare il caso di evidenziare che qualunque discorso sul servizio idrico dovrebbe forse partire dai numeri appena presentati dall''Istat nel suo censimento delle risorse idriche, relativo al 2008.
Tra i vari dati emerge che per erogare 100 litri d'acqua ne vengono prelevati 165: i 65 dispersi dipendono dalla necessità di garantire la continuità di afflusso nelle condutture, ma anche da perdite nelle condutture, da prelievi non autorizzati e da altri usi impropri. L'Istat fa notare che le maggiori dispersioni sono al Sud (con quasi 100 litri sprecati), ma anche in Valle d’Aosta, nella provincia di Trento e in
Sardegna. Il livello di dispersione è rimasto sostanzialmente stabile dal 1999, quando i litri in più erano 68. Con il pubblico o con il privato, la domanda è come fare per ridurre questo valore.

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