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Mafia, smantellata rete del boss Messina Denaro

Trapani News - Cronaca Trapani
Scritto da Kataweb News   
Lunedì 15 Marzo 2010 19:14
Un'operazione finalizzata a smantellare la rete di favoreggiatori del superboss latitante Matteo Messina Denaro, indicato come il nuovo capo di Cosa Nostra, si è svolta oggi in provincia di Trapani. Gli investigatori della Polizia di Stato appartenenti al Servizio Centrale Operativo ed alle Squadre Mobili di Trapani e Palermo, hanno eseguito 19 fermi emessi dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo.

Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamenti e trasferimento fraudolento di società e valori. Secondo l'accusa farebbero parte della struttura trapanese di Cosa Nostra; alcuni di loro sono legati anche da vincoli di parentela con il boss latitante attorno al quale gli investigatori hanno fatto ormai "terra bruciata". Impiegati oltre 200 agenti della Polizia che hanno operato con l'ausilio di unità elitrasportate, nella zona di Castelvetrano, il paese natale di Matteo Messina Denaro. Contestualmente all'esecuzione dei provvedimenti di fermo, gli investigatori della Polizia, con il supporto dei Reparti Prevenzione Crimine, hanno eseguito 40 perquisizioni, in diverse regioni italiane nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta, Torino, Como, Milano, Imperia, Lucca e Siena.

L'operazione è stato denominata in codice "Golem 2". Gli arresti costituiscono infatti il seguito dell'operazione Golem 1 del giugno scorso, condotta da uno speciale team investigativo, con l'obiettivo di disarticolare la rete di complicità che avrebbe favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi figurano infatti alcuni fedelissimi del padrino trapanese che avrebbero svolto il ruolo di "postini" per recapitare la corrispondenza del boss contenente ordini e disposizioni. Gli investigatori sono riusciti a "intercettare" alcuni pizzini attribuiti a Messina Denaro, che in passato aveva avuto un fitto scambio epistolare con Bernardo Provenzano e i boss Lo Piccolo.

In cella sono finiti anche alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra trapanese, tra cui i reggenti delle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara, Partanna e Marsala che avrebbero svolto un ruolo di raccordo tra Messina Denaro e i suoi affiliati nonché con i vertici delle cosche palermitane. Dall'inchiesta Golem 2 che ha portato Al fermo di 19 presunti fiancheggiatori del boss latitante Matteo Messina Denaro emerge che il capomafia si serviva di fiancheggiatori insospettabili incaricati di gestirne la latitanza e di occuparsi degli affari della famiglia. Tra i fermati anche il fratello del padrino, Salvatore Messina Denaro. "E' stato scoperto e disarticolato quello che era un verso e proprio 'servizio postale' utilizzato negli ultimi 14 anni dal superlatitante Matteo Messina Denaro per comunicare, attraverso i pizzini, gli ordini del boss divenuto ormai il capo di Cosa Nostra". Lo ha detto in un'intervista a Sky Tg24 il funzionario del Servizio Centrale Operativo della Polizia, Vincenzo Nicolì, commentando i risultati dell'operazione Golem 2 che ha portato al fermo di 19 presunti fiancheggiatori del capomafia trapanese. Il funzionario di polizia ha sottolineato che Messina Denaro si serviva di una rete capillare, formata da alcuni familiari e dai suoi fedelissimi, per comunicare le disposizioni da impartire all'organizzazione attraverso il sistema ormai rodato dei famigerati "pizzini", la forma di comunicazione imposta da Bernardo Provenzano per sottrarsi alle intercettazioni.

"Si sta stringendo il cerchio attorno al latitante numero uno, Matteo Messina Denaro. L'operazione dello Sco della Polizia a Trapani è un passo decisivo perché si è fatta terra bruciata attorno al boss dei boss: sono ottimista che al più presto sapremo catturare anche lui", ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, parlando dell'operazione antimafia conclusa a Palermo in cui, ha aggiunto, "é stata smantellata la rete postale del latitante più pericoloso".

"Questo risultato fondamentale nella lotta alla mafia - ha detto il Presidente del Senato Schifani - costituisce un ulteriore conferma della capacità, professionalità e competenza di quanti, Forze dell'ordine e Magistratura, continuano senza sosta a contrastare la criminalità organizzata nella difficile terra di Sicilia, che ha però voglia di riscatto".

"Quello inferto oggi alla mafia siciliana è un colpo durissimo, non tanto e non solo per i numerosi arresti e perquisizioni in diverse città italiane; ma, soprattutto, perché è stata smantellata buona parte della rete di complici e favoreggiatori messa in piedi dal boss Matteo Messina Denaro per favorire la propria latitanza e, al contempo, per comunicare ordini e disposizioni agli affiliati all'organizzazione criminale", dice  il ministro della Giustizia Angelino Alfano.

La rete del boss Il soprannome se l'è scelto da sè: Diabolik, come il ladro gentiluomo protagonista del noto fumetto. Quarantotto anni, «figlio d'arte» - il padre, don Ciccio, è stato lo storico capomafia di Castelvetrano - Matteo Messina Denaro è latitante dal 1993. Dopo l'arresto di Bernardo Provenzano e dei boss palermitani Salvatore e Sandro Lo Piccolo sarebbe lui, secondo le indicazioni concordi degli investigatori, ad avere assunto il comando di Cosa Nostra.

«Noi non riconosciamo nessuno. Siamo in rapporti con tutti. Siamo a disposizione di chi ha bisogno, ma per altre cose non riconosciamo nessuno». Il piglio del leader ce l'ha tutto. Matteo Messina Denaro, 48 anni, latitante da 17, considerato il nuovo capo di Cosa Nostra. L'unico capace, secondo gli inquirenti, che oggi hanno decapitato la rete dei suoi fiancheggiatori, di dettare le strategia di un'organizzazione criminale a corto di capi carismatici. Affida i suoi diktat ai pizzini, stabilisce le regole e delinea le nuove strutture organizzative di Cosa nostra. È lui a impedire, di fatto, l'istituzione della nuova commissione provinciale voluta dal boss Benedetto Capizzi, lui a ribadire che il potere di Totò Riina non si discute: «Siamo a disposizione di tutti - scrive in un pizzino - ma non riconosciamo nessuno».

Che abbia esteso il suo dominio, dal Trapanese, alla provincia di Palermo, per gli inquirenti, è ormai una certezza. E per tenere vivi i rapporti con i suoi referenti mafiosi più distanti è costretto a usare i «pizzini», smistati, secondo regole improntate alla massima cautela, da pochi fedelissimi. Gli stessi che curano la sua la latitanza e gli cercano covi sicuri e confortevoli.

L'operazione di oggi, che ha portato al fermo dei principali fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro, - tra loro anche l'ottuagenario Antonino Marotta, collegato perfino alla banda Giuliano - va a colpire al cuore la leadership del boss latitante facendo «terra bruciata» attorno a lui. Perchè, oltre ai «postini», agli esattori del pizzo e alla manovalanza criminale, comunque indispensabile per gli affari e l'affermazione del potere del padrino, punta ai suoi colonnelli: come il fratello Salvatore Messina Denaro. «Un cristianu giustu, come il padre, don Ciccio», dicono i mafiosi non sapendo di essere intercettati.

È lui ad assumere il comando dopo l'arresto di Filippo Guttadauro, cognato del padrino trapanese e trait d'union con Bernardo Provenzano. Guttadauro viene arrestato il 17 luglio del 2006, dopo meno di due mesi, il 15 agosto, Salvatore Messina Denaro esce dal carcere e riprende la guida del mandamento. Una successione rapida, tutta in famiglia, che garantisce la continuità. Da sorvegliato speciale, il fratello del latitante, organizza summit - alcuni in luoghi assai singolari, come la spiaggia, per non destare sospetti - stabilisce a chi debbano andare gli appalti, detta le regole delle estorsioni. La «testa dell'acqua» lo chiamano i suoi: espressione che indica il prestigio di cui gode. Le entrate della cosca vengono assicurate con le estorsioni, imposte a tappeto a colpi di intimidazioni e danneggiamenti.

Nel provvedimento, disposto dalla dda di Palermo, si contano diversi attentati incendiari. Nel mirino della cosca sarebbe finito anche l'ex consigliere comunale del Pd Pasquale Calamia. Gli uomini di Messina Denaro avrebbero distrutto la sua villa al mare: aveva chiesto un segnale forte dello Stato affinchè Castelvetrano non fosse ricordata solo come il paese natale di Matteo Messina Denaro, ma anche come il luogo del suo arresto. Ampio spazio, nella misura, viene dedicato inoltre a una figura politica molto controversa: quella dell'ex sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino, re del doppio gioco. Ex insegnante di Salvatore Messina Denaro e protagonista di un fitto carteggio col latitante, che l'aveva soprannominato Svetonio per impedirne l'identificazione, riferiva tutti i particolari dei suoi contatti col ricercato ai Servizi Segreti. «È un morto che cammina», commentarono i mafiosi quando il tradimento di Svetonio diventò di dominio pubblico.

Un'operazione finalizzata a smantellare la rete di favoreggiatori del superboss latitante Matteo Messina Denaro, indicato come il nuovo capo di Cosa Nostra, si è svolta oggi in provincia di Trapani. Gli investigatori della Polizia di Stato appartenenti al Servizio Centrale Operativo ed alle Squadre Mobili di Trapani e Palermo, hanno eseguito 19 fermi emessi dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo.

Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamenti e trasferimento fraudolento di società e valori. Secondo l'accusa farebbero parte della struttura trapanese di Cosa Nostra; alcuni di loro sono legati anche da vincoli di parentela con il boss latitante attorno al quale gli investigatori hanno fatto ormai "terra bruciata". Impiegati oltre 200 agenti della Polizia che hanno operato con l'ausilio di unità elitrasportate, nella zona di Castelvetrano, il paese natale di Matteo Messina Denaro. Contestualmente all'esecuzione dei provvedimenti di fermo, gli investigatori della Polizia, con il supporto dei Reparti Prevenzione Crimine, hanno eseguito 40 perquisizioni, in diverse regioni italiane nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta, Torino, Como, Milano, Imperia, Lucca e Siena.

L'operazione è stato denominata in codice "Golem 2". Gli arresti costituiscono infatti il seguito dell'operazione Golem 1 del giugno scorso, condotta da uno speciale team investigativo, con l'obiettivo di disarticolare la rete di complicità che avrebbe favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi figurano infatti alcuni fedelissimi del padrino trapanese che avrebbero svolto il ruolo di "postini" per recapitare la corrispondenza del boss contenente ordini e disposizioni. Gli investigatori sono riusciti a "intercettare" alcuni pizzini attribuiti a Messina Denaro, che in passato aveva avuto un fitto scambio epistolare con Bernardo Provenzano e i boss Lo Piccolo.

In cella sono finiti anche alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra trapanese, tra cui i reggenti delle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara, Partanna e Marsala che avrebbero svolto un ruolo di raccordo tra Messina Denaro e i suoi affiliati nonché con i vertici delle cosche palermitane. Dall'inchiesta Golem 2 che ha portato Al fermo di 19 presunti fiancheggiatori del boss latitante Matteo Messina Denaro emerge che il capomafia si serviva di fiancheggiatori insospettabili incaricati di gestirne la latitanza e di occuparsi degli affari della famiglia. Tra i fermati anche il fratello del padrino, Salvatore Messina Denaro. "E' stato scoperto e disarticolato quello che era un verso e proprio 'servizio postale' utilizzato negli ultimi 14 anni dal superlatitante Matteo Messina Denaro per comunicare, attraverso i pizzini, gli ordini del boss divenuto ormai il capo di Cosa Nostra". Lo ha detto in un'intervista a Sky Tg24 il funzionario del Servizio Centrale Operativo della Polizia, Vincenzo Nicolì, commentando i risultati dell'operazione Golem 2 che ha portato al fermo di 19 presunti fiancheggiatori del capomafia trapanese. Il funzionario di polizia ha sottolineato che Messina Denaro si serviva di una rete capillare, formata da alcuni familiari e dai suoi fedelissimi, per comunicare le disposizioni da impartire all'organizzazione attraverso il sistema ormai rodato dei famigerati "pizzini", la forma di comunicazione imposta da Bernardo Provenzano per sottrarsi alle intercettazioni.

"Si sta stringendo il cerchio attorno al latitante numero uno, Matteo Messina Denaro. L'operazione dello Sco della Polizia a Trapani è un passo decisivo perché si è fatta terra bruciata attorno al boss dei boss: sono ottimista che al più presto sapremo catturare anche lui", ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, parlando dell'operazione antimafia conclusa a Palermo in cui, ha aggiunto, "é stata smantellata la rete postale del latitante più pericoloso".

"Questo risultato fondamentale nella lotta alla mafia - ha detto il Presidente del Senato Schifani - costituisce un ulteriore conferma della capacità, professionalità e competenza di quanti, Forze dell'ordine e Magistratura, continuano senza sosta a contrastare la criminalità organizzata nella difficile terra di Sicilia, che ha però voglia di riscatto".

"Quello inferto oggi alla mafia siciliana è un colpo durissimo, non tanto e non solo per i numerosi arresti e perquisizioni in diverse città italiane; ma, soprattutto, perché è stata smantellata buona parte della rete di complici e favoreggiatori messa in piedi dal boss Matteo Messina Denaro per favorire la propria latitanza e, al contempo, per comunicare ordini e disposizioni agli affiliati all'organizzazione criminale", dice  il ministro della Giustizia Angelino Alfano.

La rete del boss Il soprannome se l'è scelto da sè: Diabolik, come il ladro gentiluomo protagonista del noto fumetto. Quarantotto anni, «figlio d'arte» - il padre, don Ciccio, è stato lo storico capomafia di Castelvetrano - Matteo Messina Denaro è latitante dal 1993. Dopo l'arresto di Bernardo Provenzano e dei boss palermitani Salvatore e Sandro Lo Piccolo sarebbe lui, secondo le indicazioni concordi degli investigatori, ad avere assunto il comando di Cosa Nostra.

«Noi non riconosciamo nessuno. Siamo in rapporti con tutti. Siamo a disposizione di chi ha bisogno, ma per altre cose non riconosciamo nessuno». Il piglio del leader ce l'ha tutto. Matteo Messina Denaro, 48 anni, latitante da 17, considerato il nuovo capo di Cosa Nostra. L'unico capace, secondo gli inquirenti, che oggi hanno decapitato la rete dei suoi fiancheggiatori, di dettare le strategia di un'organizzazione criminale a corto di capi carismatici. Affida i suoi diktat ai pizzini, stabilisce le regole e delinea le nuove strutture organizzative di Cosa nostra. È lui a impedire, di fatto, l'istituzione della nuova commissione provinciale voluta dal boss Benedetto Capizzi, lui a ribadire che il potere di Totò Riina non si discute: «Siamo a disposizione di tutti - scrive in un pizzino - ma non riconosciamo nessuno».

Che abbia esteso il suo dominio, dal Trapanese, alla provincia di Palermo, per gli inquirenti, è ormai una certezza. E per tenere vivi i rapporti con i suoi referenti mafiosi più distanti è costretto a usare i «pizzini», smistati, secondo regole improntate alla massima cautela, da pochi fedelissimi. Gli stessi che curano la sua la latitanza e gli cercano covi sicuri e confortevoli.

L'operazione di oggi, che ha portato al fermo dei principali fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro, - tra loro anche l'ottuagenario Antonino Marotta, collegato perfino alla banda Giuliano - va a colpire al cuore la leadership del boss latitante facendo «terra bruciata» attorno a lui. Perchè, oltre ai «postini», agli esattori del pizzo e alla manovalanza criminale, comunque indispensabile per gli affari e l'affermazione del potere del padrino, punta ai suoi colonnelli: come il fratello Salvatore Messina Denaro. «Un cristianu giustu, come il padre, don Ciccio», dicono i mafiosi non sapendo di essere intercettati.

È lui ad assumere il comando dopo l'arresto di Filippo Guttadauro, cognato del padrino trapanese e trait d'union con Bernardo Provenzano. Guttadauro viene arrestato il 17 luglio del 2006, dopo meno di due mesi, il 15 agosto, Salvatore Messina Denaro esce dal carcere e riprende la guida del mandamento. Una successione rapida, tutta in famiglia, che garantisce la continuità. Da sorvegliato speciale, il fratello del latitante, organizza summit - alcuni in luoghi assai singolari, come la spiaggia, per non destare sospetti - stabilisce a chi debbano andare gli appalti, detta le regole delle estorsioni. La «testa dell'acqua» lo chiamano i suoi: espressione che indica il prestigio di cui gode. Le entrate della cosca vengono assicurate con le estorsioni, imposte a tappeto a colpi di intimidazioni e danneggiamenti.

Nel provvedimento, disposto dalla dda di Palermo, si contano diversi attentati incendiari. Nel mirino della cosca sarebbe finito anche l'ex consigliere comunale del Pd Pasquale Calamia. Gli uomini di Messina Denaro avrebbero distrutto la sua villa al mare: aveva chiesto un segnale forte dello Stato affinchè Castelvetrano non fosse ricordata solo come il paese natale di Matteo Messina Denaro, ma anche come il luogo del suo arresto. Ampio spazio, nella misura, viene dedicato inoltre a una figura politica molto controversa: quella dell'ex sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino, re del doppio gioco. Ex insegnante di Salvatore Messina Denaro e protagonista di un fitto carteggio col latitante, che l'aveva soprannominato Svetonio per impedirne l'identificazione, riferiva tutti i particolari dei suoi contatti col ricercato ai Servizi Segreti. «È un morto che cammina», commentarono i mafiosi quando il tradimento di Svetonio diventò di dominio pubblico.

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