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Il sovraffollamento scopico nella pittura di Santo Vassallo

Riviera Mediterranea - Mazara del vallo
Scritto da Mazaracult blogspot   
Venerdì 17 Settembre 2010 18:59

"Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò
la sua fioritura ci appare meno splendida"
S. Freud,
Caducità


Una rosa fiorisce perché fiorisce. E se fiorisce per una sola notte non per questo profuma secondo una potenzialità approssimata; e non per questo non splende nella complessa forma di una tendenza dell’arte contemporanea che qualcuno ha definito come “scopofilia” e visione cieca. Uno sguardo che per eccesso – sovraccarico – d’immagini e segni estetizzanti (fino alla nausea e alla sferza dissacrante), individualizzante la società dello spettacolo, ha finito per perdere il rapporto visivo equilibrato con l’occhio indagatore, fatto strage dell’illusione artistica (l’arte capace di alzare il velo per andare oltre le apparenze), assassinato la realtà e, quindi, paradossalmente, reso cieca la vista. Fiore per una sola notte è stato il destino del giovane pittore Santo Vassallo di Mazara del Vallo.

Santo è morto, per quanto ne sappiamo, dopo aver allestito una sua prima con “le scarpe nuove”. E le sue scarpe nuove, crediamo, siano il linguaggio visivo sovraffollato e corporeo, connotato per frammenti e/o schizzi interi, affiancato da uno sguardo ‘demonico’, e messo in campo per dire e raccontare pittoricamente questa sua maturata nuova consapevolezza rispetto a quelli che possono essere i resti dei precedenti stili che ha cercato di riutilizzare a modo proprio. Sono le scarpe che gli hanno permesso di tracciare pittoricamente una realtà densamente popolata di percezioni oggettualizzate, e accatastate quasi alla rinfusa nel quotidiano sociale individuale. Il tessuto del vissuto dei contesti urbani globali contemporanei e strutturati secondo le logiche dell’eccesso effimero della società del mercato consumistico-pubblicitario. Un tessuto che, tra contaminazione varie e mutua simbiosi, a suo tempo è diventato, come ha notato Giacomo Cuttone – che ne ha sottolineato l’ascendenza nell’operare artistico di Vassallo, in occasione del suo primo memoriale mazarese (10/20 settembre 2010) –, campo di esplorazione dell’esperienza estetica della Pop art. Un agglutinamento di percezioni estetiche pullulanti, ci sembra, che guidano l’autore in questo eccesso di immagini aggrumate ora in frammenti corporei squadernati (una fica che si scalda alla fiamma di una candela accesale sotto; un culo violentato dalle emorroidi ed esposto al pubblico disgusto; scenari di altri natura: dalla coppia che danza all’ironia del linguaggio del “disabile”, a Mazara e ai suoi luoghi trasfigurati dai tagli e dai colori che li sospendono come un morgano paesaggio allucinatorio, etc.). E qui l’arte visiva impedisce all’occhio di guardare, mentre sembra che sia l’insensato sguardo delle cose a immobilizzare lo spettatore stesso per farsi vedere nella gratuità del loro essere. L’arte visiva di Vassallo, in certo qual modo, ci sembra, dimentica volutamente il godimento della fascinazione dell’arte dell’immagine messa in scena con le illusioni proiettive, perché le “scarpe nuove” del suo linguaggio vedono con il peso ineludibile del demone demistificante dell’essere investiti e guardati dal formichio esterno. L’oscuro buco nero che senza remore e censure chiede di essere presentificato tra fluttuazioni e fissaggi disarmanti. Uno sguardo pittorico sovraffollato di immagini frammentate, eterogenee e fluttuanti, dentro cui maschera anche la sua Città (Mazara del Vallo), allora connota il simbolico artistico del giovane pittore mazarese (che da Palermo, dopo una sosta negli studi, passa all’Accademia di Brera per poi morire lasciando una firma e una cifra pittorica che suscita interrogativi e risposte non scontate). Una performance artistico-pittorica, propria dell’arte contemporanea del “vomitorum” – direbbe, forse, Miguel A. Hernández Navarro (Docente di Storia dell’arte all’Università Cattolica San Antonio, Murcia) – che buca e squarta l’immaginario tipico dell’abitare della società dello spettacolo nelle metropoli del nuovo impero mediatico. E con questo crediamo che, quando si parla di Santo pittore, non basti fermare il pensiero critico e la memoria alle sue “potenzialità” e al suo essere influenzato dal “graffitismo” o dagli artisti di strada, o da sigle di altri movimenti (se si nasce in un ambiente che ci preesiste, le influenze non sono evitabili…è il cammino successivo che va guardato). In ogni modo i richiami sono utili solo in quanto indicativi di un certo bisogno di capire il perché e il come del linguaggio artistico di un autore che assume le impronte e poi pratica la continuità (trasformata) o la rottura con le forme precedenti. E in tutto questo non c’è certo offuscamento quanto l’incontestabile e necessaria relazione che nessuno, direttamente o indirettamente, può evitare con l’ambiente e il contesto che l’esistenzia, e ciò per leggersi/re e tracciarsi un viaggio. Artaud ebbe a pensare e scrivere che l’artista che non accoglie “il cuore della propria epoca”, e noi diciamo anche il suo linguaggio più idoneo, “costui non è un artista”. E del giovane pittore mazarese, prematuramente scomparso, non può dirsi che la morte l’abbia bloccato sulla soglia d’ingresso dell’arte, o che non abbia colto il cuore della sua epoca e della sua Mazara del Vallo trasfigurata. Un “cuore” che ha reso visibile (dipinto) con l’occhio demonico e alieno, e le scarpe di Van Gogh schematizzate quasi all’osso, che lo portano “X LE STRADE…” nel quadro che ne simula la raffigurazione. È il quadro (un intreccio simbolico di pittura e verbalità marcata o “cancellata”: Santo lavora i suoi quadri con materiali diversi) che può funzionare anche, inequivocabilmente, da dichiarazione di poetica, ed espressa nel sintagma “SCARPE NUOVE…”. Così, se la mostra del pittore Vassallo in absentia (Mazara del vallo, 10-20 settembre 2010, Largo Badiella S. Agnese – Associazione “Artesia”) non è prova di sola caritatevole testimonianza affettiva (e le opere sono lì a smentirlo), i quadri di questa mostra-memorial sono quel fiore della “caducità” catturata, contingentemente molteplice e frammentata, crudamente resa senza infingimenti illusori come un fiore che vive per una notte o per un giorno, ma non per questo invisibile, rinviabile alle potenzialità o a un ‘trascendentale’ d’altre stagioni estetiche.
di Antonino Contiliano





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