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Recensione: “L’uomo che verrà”

Riviera Mediterranea - Mazara del vallo
Scritto da Mazaracult blogspot   
Domenica 03 Ottobre 2010 11:16

E' un film che suscita emozioni e commozione, stimola interesse e partecipazione, è vivo e coinvolgente e non ci spieghiamo il silenzio dei più diffusi mezzi di comunicazione, televisione e giornali (a Torino proiettato soltanto in una sala cinematografica), intorno a questa opera costruita con insolito stile, soffusa di magica liricità. Si narra di una bambina, Martina, dagli occhi disincantati e attoniti per quello che ha vissuto. E’ muta Martina per angoscia e pene subite. Un fratellino morto fra le sue braccia è la causa prima del suo mutismo; è destinata a vivere in un periodo di storia tragica e ad assistere a eventi di insensata atrocità: la Resistenza sulle pendici del Monte Sole, vicino Bologna. E’ vita stentata quella della famiglia della bambina, trascorsa a lavorare i campi, a raccogliere, per nutrirsi, quello che la terra produce o spontaneamente offre. Anche i contatti umani, specie fra i giovani, sono naturali, genuini, tipici dell’età.


Lo schema mentale è retrivo, di matriarcale durezza a difesa della reputazione dei figli. Scorrono sullo schermo sequenze di allegra convivialità, scene di ilare comicità; si ascoltano dialoghi di pura e sincera rappresentazione della civiltà contadina degli anni ‘40 nell’Appennino Tosco-Emiliano, il tutto espresso da un linguaggio dialettale chiaramente sottotitolato. Lei, Martina, osserva e partecipa da impeccabile protagonista, al quotidiano vivere della famiglia e del contado, registrando ogni piccolo o grande avvenimento nella mente e nel cuore. Incombe la guerra, le forze alleate avanzano, i tedeschi retrocedono lasciando alle spalle scie di sangue innocente. Anche in quel piccolo agglomerato dell’Appennino arriva il momento della scelta: combattere per la libertà o seguire i nazifascisti? Scelta difficile combattere per essere liberi, scelta di sacrifici, spesso di morte. E lì il Diritti, regista rigoroso ma delicato, punta con sofferente realismo la macchina da presa: riprende con abilità ambienti, paesaggi, stati d’animo, fissa azioni drammatiche e comportamenti con levità senza infierire sull’inumano aberrante che sta per compiersi. Partigiani che uccidono con freddo rancore i nazisti, nazisti che uccidono con disprezzo partigiani italiani, vengono tratteggiati con sequenze fugaci ma molto efficacemente attraverso gli occhi sbarrati, stralunati di Martina che errano sullo scenario di tanti misfatti, registrano immoti quanto di orrendo accade. Non un movimento di palpebra o di ciglia sul volto, non una piega sulle labbra, non una lacrima sulle gote, ma solo gelido straziante stupore. Quanto descritto è accaduto veramente, questa è stata storia nostra, questa è stata Marzabotto nel 1944 ove 770 persone furono massacrate. Dal cumolo dei tanti morti Martina spaventata, sconvolta emerge illesa. La bambina scappa, torna a casa di corsa impaurita, preoccupata. Trova la madre morta distesa sulla bianca stradina, tiene ancora fra le braccia l’ultimo suo nato. La bambina lo prende, lo culla, lo accudisce, lo salva. Nel silenzio dei monti intorno a lutto listati, si ode una voce, una voce bambina che cerca di addormentare il fratellino. Dalla morte la vita, ritorna la speranza e la fiducia nel domani. Toccano l’animo quel flebile canto, quella voce “bambina”. Non piange Martina, non è più muta, quel canto appena sussurrato esprime speranza e desiderio di vivere in serenità e con amore il suo e nostro nuovo cammino.
Cast eccellente, ogni attore è entrato nel ruolo assegnato rendendo vive e palpitanti le sequenze del film; personaggi semplici e umili, delineati nella loro schietta e umana dimensione. Opera densamente lirica “Il giorno che verrà”, scuote e invita a riflettere. A noi sembra volerci dire “che questo è stato” come scrisse Primo Levi, e bisogna fare in modo che non si ripeta per nostra pigrizia o indifferenza. Mai delegare ad altri il nostro avvenire, mai rimanere inerti di fronte a eventi nefasti. Mai dimenticare per essere liberi.

Giacomo Giannone





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