Tormentata sicuramente è stata la partenza dei Mille da Quarto. Titubanze, incertezze, timori hanno fatto palpitare il cuore dei garibaldini lì pervenuti, in tacito accordo, per partecipare alla grande avventura. Alcuni la ritenevano inutile perché credevano impossibile portare a termine una simile impresa, altri la contrastavano perché ormai paghi dei territori conquistati e annessi al Piemonte e contrari a modificare lo status quo esistente nel Mediterraneo. Solo l’Inghilterra mostrava una certa disponibilità ad assecondare le aspirazioni degli italiani. Pochi ma determinati erano quelli che volevano, sull’onda delle vittorie della II Guerra d’Indipendenza, la spedizione in Sicilia. Erano uomini che avevano assorbito la lezione del Romanticismo, che avevano combattuto nel ’49-50 e soprattutto nel ’59, avvezzi alla lotta e al sacrificio pur di realizzare un grande sogno: l’Unità d’Italia. Tale aspirazione era nata dall’insegnamento di Giuseppe Mazzini e di altri patrioti, ma concretamente fu realizzata e portata a termine da Giuseppe Garibaldi senza togliere naturalmente alcun merito ai volontari in camicia rossa.
Il successo del viaggio da Quarto a Marsala fu propiziato da contrattempi e improvvisi imprevisti tanto da fare pensare ad alcuni di un “favor fati” che nei testi di storia non viene annotato, ma che oggi possiamo affermare con certezza che il fattore tempo e il ritardo imprevisto durante la navigazione hanno contribuito notevolmente alla riuscita dell’impresa. Il primo ritardo si ebbe alla partenza che avvenne, come tutti sappiamo, il 6 Maggio e non come stabilito la notte precedente, per evitare un eventuale intervento della marina sabauda volto ad impedire la partenza delle due navi della Rubattino. Successivamente la forzata sosta a Talamone per procurarsi armi e munizioni provocò altro ritardo, come la navigazione delle due navi a lumi spenti durante la notte. Infine si deve aggiungere il tempo perduto per recuperare un garibaldino, affetto da turbe epilettiche, che si era buttato in mare per sedare le proprie convulsioni. Quindi “favor fati”, l’imprevisto ritardò la navigazione dei Mille; il ritardo favorì lo sbarco a Marsala. L’approdo fu tenuto segreto fino all’ultimo da Garibaldi; si credeva dovesse avvenire a Porto Palo. Da lì il disorientamento delle navi borboniche, la dislocazione in più punti delle stesse, l’incapacità a intercettare il Lombardo e il Piemonte in alto mare e pensiamo, anche, la supponenza da parte degli ufficiali del re borbonico nel credere impensabile una sfida del genere intrapresa da piccole navi mercantili. La navigazione, ci dicono Abba e Banti, procede tranquilla con un mare abbastanza sereno. Certo l’entusiasmo e la convinzione di essere chiamati a svolgere un ruolo in una impresa così rischiosa avrà sicuramente allentato la tensione e le preoccupazioni dei naviganti, ma è anche lecito pensare che sono stati giorni e notti pieni di apprensione e anche di paura quelli vissuti dai nostri 1089 volontari. Ma chi erano I Mille? Così scrive Abba: “Non certo una compagnia di ventura, all’antica, non una parte del vecchio esercito staccata a scelta o per caso. Nessuna legge li obbligava. Non erano soldati di professione, non avevano quella media età che di solito hanno i soldati, non una cultura comune ed eguale, e nemmeno una divisa uniforme. Vestivano quasi tutti alla borghese e nelle diverse fogge dalle quali, a quei tempi, si riconosceva ancora a quale regione d’Italia o quale classe sociale uno apparteneva. E parlavano quasi tutti i dialetti della penisola”. Al “favor fati” per il successo della lunga navigazione contribuì anche il carattere di Garibaldi che era di comportamenti semplici e lineari, che le vicende della vita avevano portato alla “forma mentis” del militare per il quale l’obiettivo è uno e uno solo e non sono concepibili compromessi. Oggi a 150 anni dall’impresa si invitano i nostri eventuali lettori con fantasia e sensibilità a rivivere quei giorni di navigazione con la stessa passione con cui i garibaldini affrontarono il rischioso viaggio consapevoli e nello stesso tempo inconsapevoli della riuscita dell’impresa. Giorni e notti di mare e cielo accompagnati forse dal volo di curiosi gabbiani e con il timore di incrociare navi nemiche e ingaggiare un mortale scontro. Il Piemonte e il Lombardo, come navi carretta, a solcare le acque profonde del Tirreno, a trasportare stipati nei loro stretti legni i Mille volontari votati alla gloria o alla morte come accadde per Carlo Pisacane e i fratelli Bandiera. Alcuni hanno scritto che quel viaggio fu voluto dalla Provvidenza, Crispi disse: “ I Mille ebbero sul mare Garibaldi e Dio”. Oggi noi diciamo: “Che Dio e Garibaldi proteggano l’Italia Unita”.

Il successo del viaggio da Quarto a Marsala fu propiziato da contrattempi e improvvisi imprevisti tanto da fare pensare ad alcuni di un “favor fati” che nei testi di storia non viene annotato, ma che oggi possiamo affermare con certezza che il fattore tempo e il ritardo imprevisto durante la navigazione hanno contribuito notevolmente alla riuscita dell’impresa. Il primo ritardo si ebbe alla partenza che avvenne, come tutti sappiamo, il 6 Maggio e non come stabilito la notte precedente, per evitare un eventuale intervento della marina sabauda volto ad impedire la partenza delle due navi della Rubattino. Successivamente la forzata sosta a Talamone per procurarsi armi e munizioni provocò altro ritardo, come la navigazione delle due navi a lumi spenti durante la notte. Infine si deve aggiungere il tempo perduto per recuperare un garibaldino, affetto da turbe epilettiche, che si era buttato in mare per sedare le proprie convulsioni. Quindi “favor fati”, l’imprevisto ritardò la navigazione dei Mille; il ritardo favorì lo sbarco a Marsala. L’approdo fu tenuto segreto fino all’ultimo da Garibaldi; si credeva dovesse avvenire a Porto Palo. Da lì il disorientamento delle navi borboniche, la dislocazione in più punti delle stesse, l’incapacità a intercettare il Lombardo e il Piemonte in alto mare e pensiamo, anche, la supponenza da parte degli ufficiali del re borbonico nel credere impensabile una sfida del genere intrapresa da piccole navi mercantili. La navigazione, ci dicono Abba e Banti, procede tranquilla con un mare abbastanza sereno. Certo l’entusiasmo e la convinzione di essere chiamati a svolgere un ruolo in una impresa così rischiosa avrà sicuramente allentato la tensione e le preoccupazioni dei naviganti, ma è anche lecito pensare che sono stati giorni e notti pieni di apprensione e anche di paura quelli vissuti dai nostri 1089 volontari. Ma chi erano I Mille? Così scrive Abba: “Non certo una compagnia di ventura, all’antica, non una parte del vecchio esercito staccata a scelta o per caso. Nessuna legge li obbligava. Non erano soldati di professione, non avevano quella media età che di solito hanno i soldati, non una cultura comune ed eguale, e nemmeno una divisa uniforme. Vestivano quasi tutti alla borghese e nelle diverse fogge dalle quali, a quei tempi, si riconosceva ancora a quale regione d’Italia o quale classe sociale uno apparteneva. E parlavano quasi tutti i dialetti della penisola”. Al “favor fati” per il successo della lunga navigazione contribuì anche il carattere di Garibaldi che era di comportamenti semplici e lineari, che le vicende della vita avevano portato alla “forma mentis” del militare per il quale l’obiettivo è uno e uno solo e non sono concepibili compromessi. Oggi a 150 anni dall’impresa si invitano i nostri eventuali lettori con fantasia e sensibilità a rivivere quei giorni di navigazione con la stessa passione con cui i garibaldini affrontarono il rischioso viaggio consapevoli e nello stesso tempo inconsapevoli della riuscita dell’impresa. Giorni e notti di mare e cielo accompagnati forse dal volo di curiosi gabbiani e con il timore di incrociare navi nemiche e ingaggiare un mortale scontro. Il Piemonte e il Lombardo, come navi carretta, a solcare le acque profonde del Tirreno, a trasportare stipati nei loro stretti legni i Mille volontari votati alla gloria o alla morte come accadde per Carlo Pisacane e i fratelli Bandiera. Alcuni hanno scritto che quel viaggio fu voluto dalla Provvidenza, Crispi disse: “ I Mille ebbero sul mare Garibaldi e Dio”. Oggi noi diciamo: “Che Dio e Garibaldi proteggano l’Italia Unita”.Giacomo Giannone


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