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L’espressionismo allegorico nella pittura di Giacomo Cuttone

Riviera Mediterranea - Mazara del vallo
Scritto da Mazaracult blogspot   
Martedì 19 Ottobre 2010 23:44
Sia nel campo scientifico-filosofico quanto in quello artistico, il problema della "forma" ritorna forte e pregnante, per trovare risposte e azioni non omologanti e stagnanti. Arte e scienza hanno una stretta parentela in ciò per cui danno volto alle cose visibili e invisibili: la forma/figura. Nel mondo dell’arte contemporanea, la forma, come l’acqua dei vortici, non cessa di porsi come il mediatore ineludibile. Il raffigurato visualizza allora il mondo organizzato e/o ri/organizzato in/per schemi. In alcuni luoghi e tendenze, la forma è tutto e non aiuta a distinguere tra la figura e il raffigurato. I segni non ci dicono più di nessuno scarto e distanza. Il “fantasma” dell’idea, del pensato, sentito, immaginato e virtuale, fa tutt’uno con la realtà, e la comunicazione mediatica si fa carico di trasformarne l’ideologia in vissuto e relativi atteggiamenti e comportamenti coerenti.
L’ordine simbolico cioè, compreso quello espresso dal linguaggio pittorico, e le sue forme, oggi, sembra mediare più simulacri (senza rimandi). C’è però ancora chi in contro-tendenza, e nel mondo degli artisti opera in modo differente: dipinge o fa grafica con l’agire altrimenti. Come dire che la sua arte è connotata dagli scarti dell’allegoria (dipingere/dire-altrimenti). Ci piace qualificare questa allegoria pittorica dell’artista Giacomo Cuttone come un’allegoria differenziale. Le immagini dell’opera pittorica di Cuttone, non solo hanno una continuità nel lavorio della forma, sempre sottoposta a torsioni geometriche e cromatiche di varia piegatura e sfumature scopiche, ma conservano ancora la distanza e lo scarto tra ciò che viene raffigurato e il quid raffigurato. E ciò perché al nostro pittore preme anche un certo discorso di demistificazione. Cura infatti di smascherare certa alienazione culturale-politica del nostro tempo che, eretta a sistema di vita e credenze diffuse, adombra negativamente l’irruzione dell’alterità e delle differenze nel mondo globalizzato e dell’industrializzazione post-fordista. Una cura artistica che cattura a volo l’ombra della negatività all’istante del passaggio per rendere visibile – come indicava Paul Klee – l’invisibile o reso invisibile dalla copertura dell’ordine discorsivo-simbolico spacciato per vero dal “padrone”. Esemplari in quest’ottica sono tutti i lavori del ciclo afgano-talebano, facenti seguito alla guerra contro il terrorismo e alle violenze delle guerre cosiddette umanitarie e infinite, nonché scatenate, pure, contro il popolo di colore migrante per fame, povertà, persecuzione o ad altre motivazioni di dominio, potere e controllo dettate dagli assetti della geografia politica del XXI secolo.


Il linguaggio pittorico di Giacomo Cuttone così non abbandona mai la mediazione simbolico-critica e il contatto con la realtà degli eventi, i suoi livelli e le sue lacerazioni; lavora dentro le trasformazioni segno-simboliche con direzione sintomatica che incammina la forma/immagine quale allegoria differenziale. L’ha fatto e lo fa con consapevolezza semantico-politica oltre che, e prima di tutto, artistica. Anche quando si è provato nella ricerca astratta – come nel caso dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 ad alcuni dei simboli più chiari – le Torri, il World Trade Center e il Pentagono – del potere americano –, la figurazione pittorica di Cuttone ha cercato sempre una forma che realizzasse la sottrazione del concreto in espressività creative, modulando a fondo tinte estetico-conoscitive con cromatismi lirici affidati all’articolazione del/i colore/i o alla geometria viva del classico contrasto bianco-e-nero (ombra/luce). Stesso procedimento, ci sembra, connoti le sue note chine talebane; lavori che nella strutturazione grafica hanno utilizzato anche versi di testi poetici in sintonia, e ulteriore elemento pittorico sintonico, prima che verbale e sonoro. Le chine del nostro pittore, che miscelano poesia e pittura, ci dicono del musulmano visto dall’Occidente, e dell’alieno che si mostra nella sua irriducibilità di cultura, abitudini, comportamenti e relative fogge espositive che lo determinano come l’“Altro”, l’estraneo non assimilabile e sfuggente a certe coordinate del riconoscimento del mondo civilizzato europeo. È il caso della china dell’occhio del medico talebano medusizzato dallo sguardo sporgente, e circondato dal bianco/vuoto dell’incavo pupillare appartenente a una paziente con burka, piuttosto intuita e presupposta che appariscente.


L’impegno del fare pittorico di Cuttone, che segue il tracciato grafico dei netti chiaroscuri e quello degli intrecci del colore, ora accentuati e ora sfumati, ora tra confini e demarcazioni, è sempre dunque un procedere tagliente e un marcare che, secondo noi, lavora anche nella direzione della dinamica espressionista, oltre che in quella allegorizzante. Un espressionismo, però, la cui soggettività po(i)etica non va confusa con il grido della retorica vaporosa o della lacerazione tutta soggettiva. E qui l’amalgama materico del colore, atto a sottolineare aspettative e conflittualità, presentifica i drammi dell’erranza dei migranti e dei sans papiers. Sono le tele che imbarcano le nostalgie e le attese dei viaggiatori della povertà globale che, clandestini nell’Europa della libera circolazione delle merci e dei capitali, sulle carrette del mare dei trafficanti di esseri umani, o isolati e rinchiusi nei Cei (Centri d’identificazione e espulsione) del mare nel Mediterraneo, cercano un approdo provvisorio mentre vivono con il pensiero e l’anima appesi all’albero del ritorno ad Itaca. Ricordiamo che un’opera di questo ciclo – “L’isola non è arrivo 2” – fronteggia la copertina del nostro ultimo libro di poesia (Ero(s)diade/La binaria dell’asiento (2010). Delle altre, in particolare, indichiamo “Con il mare negli occhi”, “Vento triste”, “Orizzonte obliquo”, “Voli di speranza” e “ Sognando Itaca”. Giacomo Cuttone è un pittore che lavora l’estetica delle immagini con realismo, crediamo, poetico. Un gesto e un atto di po(i)esis che deroga dalla sintassi dell’omogeneizzazione del consenso, della realtà data e occupata dalla identità delle cose con le immagini di ‘sintesi’. Un fare artistico che si rapporta con un taglio co-est-etico del dissenso – scarto e distanza ‘eteretopica’ – che misura frontalmente e criticamente la percezione sensibile manipolata dalla sublimazione estetizzante del consumo di immagini ideologizzanti e l’immaginario subordinato alla conciliazione con la realtà politico-culturale del presente racchiuso nella monotonia del monocorde emozionale spoliticizzato. Ma la tristezza per la partenza dalla propria terra, visualizzata in Vento triste, la nostalgia di L’isola non è arrivo 2 e Sognando Itaca – il ritorno dall’esilio verso casa e i propri affetti – la speranza e l’incertezza che a un tempo si possono leggere nella tela Con il mare negli occhi, sono il controcanto di quella allegoria differenziale che segna il pensiero pittorico degli ultimi lavori di Cuttone. È un neo-espressionismo poetico materiale che il pittore usa come controcanto e voce di dissenso, composto quanto irrevocabile, dei corpi esposti alle intemperie della storia violentata dai rapporti di forza ineguali. Così le vie, l’andare e il ritornare, di questa testualità grafico-pittorica dell’artista siciliano, che testimonia della realtà dolorosa dei conflitti, sono più che un segno pittorico fine a se stesso. Sono voci che urlano anche con il silenzio e le pieghe corporee modellate nelle fattezze figurative, il reso visibile. Sono la denuncia della nudità de “re”; il segno inconfondibile di un’azione oppositiva all’omologazione dei mondi e dei significati.
Antonino Contiliano





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