A trent'anni dal terremoto dell'Irpinia, su invito della mia mogliettina ho messo giu' il racconto del mio ricordo:
"Il maremoto"
Spesso i fine settimana mi ospitano a Boscarello, mi diverto sempre tanto, mi piace la campagna, quella casa che somiglia alla baita di Heidi con il verde attorno, con i pini alti. Al ritorno a Napoli la domenica sera, aspetto mamma che mi viene a prendere. Anche oggi, siamo tornati da un po' e sto aspettando mamma. Sono nella cameretta di Federico e Simone, e' grande e piena di giocattoli. Son seduto a terra a giocare, i grandi sono di la'... li sento parlare, sento voci concitate ma toni bassi. Come le volte che c'e' qualcosa che noi non dobbiamo ascoltare. C'e' una strana tensione nell'aria, la sento ma non la capisco, la capiro' dopo, da grande, ma non ora!
Ora son qui, attorniato da giocattoli, tanti e belli, colorati e... son li' sulle mensole... pero' cascan giu', non capisco ma mi vengono incontro, sembra che piovano dalle mensole, jeeg robot un secondo fa era sulla mensola gialla ed ora e' a terra vicino alla mia gamba... non so, non capisco, mi sento nel cartone animato che ho visto qualche giorno fa: delle grandi onde investivano la citta', inondando le strade, i palazzi, soprattutto quelli alti come questo qua. Non so quanto e' alto ma so di essere all'ottavo piano, lo so perche' c'e' il tasto nell'ascensore, quel tasto che non so raggiungere e che i grandi premono per me.
Le voci si alzano, e la casa mi gira attorno, i giocattoli sono tutti attorno a me, come se volessero giocare con me. Un attimo fa eran su ed ora son qua giu'. I grandi urlano, non capisco cosa dicono ma sento le loro urla. Ma non ho paura, io sono dentro un cartone animato, sono come uno di quelli nei grattacieli, so che se m'affaccio fuori ci sono le onde d'acqua alle finestre.
Mi vengono a prendere, mi prendono in braccio e mi dicono di star tranquillo, ma io sono tranquillo, non piango. Federico e Simone piangono e io no, non capisco perche' loro piangono, ma io son quasi sorridente. La stanza s'e' fermata, non gira piu' pero' ora son gli altri che mi girano attorno, dicon sempre di star tranquillo, ma lo sono, aspetto mamma che mi viene a prendere, son tranquillo.
Mamma e' qui, e' pallida e agitata, lo so che e' nervosa e cerca di nasconderlo. Lo leggo nel suo volto e nei suoi occhi. Divento serio. Smetto di essere sorridente, non so perche' ma e' un riflesso. In qualche minuto siamo giu' per le scale, non prendiamo l'ascensore, scendiamo le scale... son tante, scalini su scalini e scendiamo in strada. Attorno c'e' tanta gente, tutti quelli del palazzo. Molti non li ho mai visti, sono in braccio a mamma e mi guardo attorno dall'alto, non mi capita spesso di vedere i grandi negli occhi e li vedo spaventati, scompigliati...
Andiamo verso casa, ma non arriviamo a casa. Non so come, ma siamo in macchina a piazza Plebiscito, in una 127 con cui normalmente andiamo in giro i giorni di festa. Mamma e Gabriella son qui con noi, ci sono anche Gianluca e Teresa. Non so perche' ma ci dicono che dobbiamo restare in macchina a dormire, c'e' tanta gente attorno a noi, ci sono tante altre macchine attorno alla nostra. Una parola risuona nell'aria: terremoto, ma a me suona strana. Io non so cosa sia. Io non l'ho vissuta, io ricordo il maremoto, con le onde alte, non le ho viste ma so che erano li', fuori dalle finestre della cameratta di Simone e Federico. L'acqua azzurra che inondava le strade, ora s'e' asciugata, ora se ne andata e ci ha lasciato tutti qui in piazza, in macchina a passare la notte fuori.


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