Ti siedi nella poltrona dell’ampia sala cinematografica e all’apparire delle prime immagini già sorridi. Il personaggio, di nome Checco, è simpatico, si muove con naturalezza goffa e irridente, il linguaggio, un misto di italiano e dialetto con accento marcatamente pugliese, lo rende impacciato e nello stesso tempo spigliato nei dialoghi e nel comportamento.

Checco è un bravo “terrone” bene integrato nella splendida dinamica Milano, brillante e avvincente nel donarsi agli altri, nel dispensare consigli agli amici, pronto a superare a suo vantaggio le difficoltà del quotidiano vivere. “Cocco di mamma” avremmo detto una volta, amato da amici e parenti, vive con compiaciuta indifferenza i suoi giorni preoccupato solo di trovare una fissa occupazione. Checco desidera indossare la divisa di carabiniere, ma per ben tre volte viene respinto alle prove di esame. Tuttavia il sogno di portare una divisa, magari da vigilante in un ente pubblico o privato, mai tramonta. Ricorre così, per mezzo della madre, al parroco del quartiere ove abita per essere assunto presso il Museo vescovile della città con una insistente raccomandazione al Vescovo di Milano. Ottiene un contratto di tre mesi con la promessa di potere fare carriera nell’ambito della sorveglianza dei beni museali e successivamente accedere anche alla protezione di alti porporati. Checco, ingenuo praticone, assolve il compito con diligenza ma anche con superficialità. Sfortuna vuole di incontrare una ragazza musulmana che, con il fratello e l’appoggio segreto di altri terroristi, trama per far saltare la Madonnina del Duomo ove Checco è stato destinato a svolgere il E’ bella Farah la musulmana, e il nostro sprovveduto giovane s’innamora di lei, ma in modo diverso dalle tante prime volte con coetanee e ragazze appena conosciute. Il suo cuore ora trema e Checco non sa esprimere, per timidezza, i suoi sentimenti. Un viaggio in Puglia per partecipare al rito del battesimo di un bambino, conduce la ragazza e la famiglia di Checco nel paese di origine. La rappresentazione pingue e ridanciana di piccoli avvenimenti, con ironia e sarcasmo rende surreale il modo di vivere e di comportarsi della gente del sud: amicizie, spavalderia, favoritismi, regalie, bravate, piccole corruzioni vengono sviluppate con sapienza dal bravo regista Gennaro Nunziante. Ritornati a Milano, la sorpresa: il giovane affabile Checco viene licenziato. L’ultimo giorno del suo lavoro di guardia alla Madonnina è vissuto con tristezza ma anche con sorpresa finale. Farah porta, chiuso in una valigia, un dono al suo amico. Anche lei vivrà quel giorno con La valigia non contiene un dono per Checco ma il timer che dovrà fare esplodere la bomba preparata dai terroristi per distruggere la cupola del Duomo e la Madonnina. La bomba esploderà, ma in luogo lontano. La ragazza in quei pochi giorni vissuti con Checco e con la famiglia di lui, comprende, con dolore e rimpianto, cosa significa famiglia, affetto, amore, sentimenti a lei negati per motivi assurdi di odio e di vendetta. Andrà via lei, fuggirà con il fratello e gli altri terroristi dall’Italia, ma non ha voluto lasciare solchi di sangue, di inganni sul suo cammino. Non ha distrutto il bel Duomo. All’inizio ho scritto: “alle prime immagini già sorridi”. E’ vero, ho sorriso ma con amarezza e inquietudine. Ho vissuto simili esperienze: la raccomandazione fallita e l’amico assunto, il prete amico e la madre devota, il padre stanco e i figli lontani. In questo bel film tutto è narrato con meravigliosa scioltezza, la comicità non si alimenta, come accade in questo momento, della volgarità, la colonna sonora accompagna lo spettatore e lo coinvolge piacevolmente nella piece esposta. “Che bella giornata”. Che bell’Italia! E che simpatici gli italiani, vescovi e popolani, sacerdoti e credenti. Che rabbia il mio Sud. Dico bravo a Checco Anzalone e al regista, hanno narrato e rappresentato argutamente parte dei nostri comportamenti con realismo pungente, per far sorridere e divertire il disattento spettatore. Ma quanta amara verità. Ho sorriso è vero, ma aghi acuminati hanno punto il cuore. Chissà se un giorno questa ironia non servirà per cambiare un popolo e indirizzarlo a pensare e credere nella giustizia e nell’uguaglianza senza manipolazioni alcune? Abbiamo sorriso, ripeto, io e i tanti spettatori, fingendo di apprendere quanto già sappiamo da tempo, mentre una smorfia di acredine e di tristezza si fissava sulle nostre labbra.


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