di Giuseppe Fabrizi
Sono a Casablanca. Nella mia infanzia ne avevo sempre sentito parlare come di una città incantata e come della città “più francese e chic dell’Africaâ€. Essa mi appare dall’alto, con i suoi quartieri regolarmente disegnati, quadrati, rettangolari o romboidali, tutta costituita da case bianche, ordinatamente disposte. Casablanca infatti prende il nome di “città bianca†dalle bianche case appunto, costruite al tempo del colonialismo francese, quando la città visse il periodo di maggior splendore economico, culturale e sociale. (Nella foto, cerimonia d'accoglienza al prof. Fabrizi)Il nome evoca antichi ricordi, un famoso film degli anni ‘50 con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, i numerosi locali notturni e café chantant dove si poteva ascoltare musica internazionale ed assistere alla famosa danza del ventre.
Il pensiero va a mio zio Ciccio, “U’ barunedduâ€, come lo chiamavano a Mazara del Vallo nei primi del novecento, per la sua aria aristocratica e per la sua connaturata ritrosia al lavoro! Sempre elegante, con il fazzoletto bianco ricamato nel taschino e i capelli portati all’indietro dalla brillantina, come Rodolfo Valentino. E come Rodolfo Valentino amava le donne e piaceva, e tanto, alle donne! Andava anche a cavallo e naturalmente amava anche il gioco delle carte e quello d’azzardo, sia nelle case private di nobildonne e gentiluomini, sia nei casinò! Infatti egli era diventato un frequentatore, assiduo ed elegante, dei numerosi casinò e dei locali notturni della città marocchina ed in una di queste occasione conobbe, e se ne innamorò perdutamente, la più bella donna di Casablanca, una famosa e raffinata cantante lirica francese, che, per amor suo, perse la testa, la carriera e naturalmente l’intero e immenso patrimonio!Sto recandomi nell’Africa sub-sahariana, ad Ouagadougou, in Burkina Faso, uno tra i paesi più poveri della Terra! Mentre l’aereo sorvola il deserto del Sahara e il paesaggio che si mostra dall’oblò è una immensa distesa di sabbia e di terra rossastra penso che è già la quarta volta che in poco tempo ritorno in Africa ed ogni volta sento sempre più forte il desiderio di tornare, quasi per appagare un recondito istinto primordiale che è tipico di chi viene per la prima volta in questo continente e che è conosciuto da tutti come il “Mal d’Africaâ€!
Nella mia mente cerco di organizzare il tempo, il troppo poco tempo che ho a disposizione, e cerco in agenda di ottimizzarlo tutto, nella speranza di riuscire a fare almeno quasi tutto quello che mi sono prefissato di fare.
Dovrò visitare tutti i giorni i bambini burkinabè, portatimi da incredibili e meravigliose mamme, che percorreranno anche diversi chilometri a piedi per far visitare il loro bambino ammalato. E debbo essere concentrato ed attento perché non mi posso permettere di sbagliare diagnosi! Non me lo perdonerei e soprattutto deluderei le aspettative di questa povera gente che è venuta a conoscenza che nell’ospedale Paolo VI c’è finalmente un bravo dermatologo, che visita i bambini, li guarda negli occhi e sorride loro, mentre prescrive le medicine più appropriate per la loro malattia sulla pelle! E debbo visitare i lebbrosi di Fra’ Vincenzo, sacerdote camilliano, che da solo, armato di buona volontà e di incredibile spirito cristiano, si prende cura nel loro villaggio e nel territorio circostante di circa 1.000 lebbrosi, aiutato, in questo suo impegno quotidiano, da un pugno di giovani studenti “i meravigliosi volontari della saluteâ€, come li chiamo io!
Debbo anche andare a Tanghin, a Delwende, al “villaggio delle presunte stregheâ€, dove, a dispetto del nome, aleggia una pace, una serenità ed un grande senso di spiritualità : in questo villaggio le donne, scampate a morte certa, vengono accolte… sempre da Fra’ Vincenzo, che ha costruito per loro un intero villaggio, dove esse finalmente possono vivere libere da ogni pregiudizio e dove esse hanno riacquistato la propria dignità umana e spesso la propria fede! Ed è propria di questo villaggio la meravigliosa storia di Caterina, una presunta strega, convertita al Cristianesimo e di Fra’ Vincenzo; ma di questo parleremo un’altra volta!
Debbo anche far visita al rettore dell’Università Cattolica San Tommaso d’Aquino e al preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia per programmare con loro il prossimo ciclo di lezioni di dermatologia agli studenti del sesto anno della Facoltà di Medicina e per fare il punto sul progetto Pro.me.s.so (Programma per il merito allo studio solidale!). L’idea di questo progetto mi è germogliata, durante il mio primo soggiorno in Africa, quando sono venuto a conoscenza dei dati della mortalità infantile. Ebbene in Burkina Faso su 100 neonati ben 10 muoiono alla nascita per infezioni da parto o per imperizia del personale medico o per le carenti strutture e attrezzature sanitarie. Di quei novanta bambini, che sopravvivono alla nascita, il 20% non raggiunge i 5 anni di età , morendo prima per infezioni ricorrenti o per altre malattie, che spesso non vengono nemmeno chiarite o diagnosticate. Ma debbo aggiungere che “magna pars†di questo progetto è la preziosa Bice, la mia efficientissima segretaria di Mazara del Vallo, cui si deve la creazione dell’acronimo pro.me.s.so e di tutto il lavoro di organizzazione del progetto stesso!
Ritornando alla elevata mortalità infantile è proprio per questi motivi che, sin dalla mia prima venuta in Africa, ho sempre sostenuto che è perfettamente inutile adottare bambini, ma, capovolgendo i termini del problema, che è più utile per tutti adottare studenti della Facoltà di Medicina, naturalmente i più poveri, ma anche i più bravi e meritevoli, perché è solo così facendo che possiamo intervenire più rapidamente alla radice del problema e far sì che nel volgere di pochi anni possa essere abbattuta questa elevata percentuale di mortalità infantile con l’immissione negli ospedali e nel territorio di medici preparati, specialisti in pediatria, in dermatologia, in neonatologia, in ostetricia, in malattie infettive, in chirurgia generale, in anestesiologia, per parlare delle branche specialistiche più importanti e carenti in Burkina Faso.Basti pensare, per capire la situazione sanitaria attuale riguardante i pazienti in età pediatrica (da 0 a 14 anni!) che attualmente in Burkina Faso, Paese di circa 15 milioni di abitanti vi sono in tutto il territorio nazionale, esteso quanto l’Italia, soltanto venti pediatri, la maggior parte dei quali sono concentrati per lo più nella capitale, Ouagadougou (circa 2.000.000 di abitanti!) e in altre grandi città burkinabè, mentre in quasi tutti i villaggi rurali, sperduti spesso in zone desertiche e lontani spesso molti chilometri dai centri abitati, le malattie dei bambini vengono per lo più curate dallo stregone del villaggio!
Andrò in settimana a portare al rettore la bella notizia che già 22 studenti universitari sono stati adottati da persone o famiglie italiane, soprattutto del Lazio, della Sicilia e del Molise. Ma speriamo di arrivare, entro la fine dell’anno, almeno a trenta borse di studio! E mentre gioisco intimamente penso alla nostra civiltà del benessere, a tutto quello che sprechiamo, al superfluo di cui ci circondiamo e a ciò, che spesso è inutile ma di cui non possiamo più fare a meno!
Spendiamo infatti cifre notevoli, se rapportate al costo del sostegno per un anno accademico di uno studente burkinabè all’Università , (500 euro l’anno, vitto alloggio e tasse universitarie). Ci circondiamo spesso di beni voluttuari, quali le sigarette, i due o tre telefonini cellulari, gli Ipod di ultima generazione, per non parlare dei computers o di altri strumenti elettronici. Ebbene con il costo di un quotidiano al giorno, con molto meno di un pacchetto di sigarette al giorno, si può mantenere agli studi uno studente africano nella propria Università e contribuire a far sì che in un futuro, non molto lontano, sempre più bambini nascano sani, che non muoiano più durante il parto e che non muoiano più entro i 5 anni di vita.



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