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Cosa sappiamo della preghiera?

Trapani News - Cronaca Trapani
Scritto da Marsala.it   
Sabato 17 Dicembre 2011 15:22
  • Quando cerchiamo di scavare nei significati, sempre plurimi, di un termine, il primo scrigno che li custodisce e li rivela (aspetti, questi ultimi, che soltanto possono darsi insieme) è la parola che li contiene e, se opportunamente interrogata, li sprigiona. Proviamo, dunque, a penetrare in questo modo le radici della preghiera e vediamo a quali sensi esse sono capaci di condurci.
  • Pregare è un verbo che proviene dal latino precor, verbo cosiddetto «deponente», che noi rendiamo con le forme passiva e, talvolta, riflessiva. Il modo infinito, precari, ci rimanda immediatamente alla caratteristica nostra più propria: la precarietà, alla quale, in definitiva, la preghiera allude. Preghiamo perché siamo precari, fragili, sospesi: è questa condizione a generare in noi (in alcuni di noi, almeno, consci di tale precarietà ed intimamente persuasi del fatto che in essa si celi l’interrogativo ma non, anche, la risposta) l’attitudine o, a seconda dei casi, il bisogno della preghiera.
  • I testi biblici, però, sono redatti in altre due lingue, il greco e l’ebraico, che ci permettono di attingere a significati diversi. In lingua greca pregare si dice προσε?χομαι (proseuchomai) che, letteralmente, potremmo rendere con «parlare, dirigersi a»: l’elemento fondamentale, dunque, è quello relazionale, il fatto che, in preghiera, ci si rivolga a qualcuno, si parli insieme con, si con-divida. Preghiera, dunque, è dialogo, ricerca di un rapporto, scambio, reciprocità. Anche in greco, la forma del verbo è quella cosiddetta del «medio», che in lingua italiana rendiamo con il passivo ed il riflessivo: ciò ci suggerisce che, nella sensibilità classica sia greca che latina, nella preghiera c’è un qualcosa che agisce in noi prima che noi agiamo; in secondo luogo, ci rende attenti circa il fatto che pregare è sempre, anche, pregarsi, se soltanto potessimo esprimerci in questo modo paradossale: atto riflessivo poiché gesto di riflessione, sguardo gettato in direzione di un’ulteriorità ma sempre, anche, verso se stessi. Un dialogo intimo, un inevitabile coinvolgimento della coscienza che, in misura consistente, come sappiamo, ci sfugge e ci trascende, poiché, come è noto, siamo, ciascuno per se stesso, il luogo più lontano.

  • Anche in lingua ebraica pregare è un riflessivo, ????? (hitpalel), che proviene dalla radice palal che, significativamente, vuol dire pensare, ritenere, valutare: pregare, nella cultura e nella sensibilità ebraiche, è sempre un momento di auto-valutazione e, insieme, un luogo dal quale il pensiero non è estromesso e svilito ma in cui, al contrario, è chiamato in causa. Dio, ci insegna l’ebraismo, è sì al di là della prospettiva di un’interiorità autosufficiente ed asfittica ma sempre, anche, traccia ravvisabile nel profondo, presenza percepibile nell’intimità del raccoglimento: non inflessibile giudice esterno, ma delicato compagno dei nostri silenzi, Madre di tenerezza che ama rivelarsi nel segreto del cuore. Come è noto la cristianità (specie quella che si richiama alla tradizione protestante) ha inteso, nella propria storia, sottolineare in Dio l’elemento dell’estraneità e della distanza: la preghiera, al contrario, riavvicina Dio alle donne e agli uomini, rimarcando (a mio avviso opportunamente e con il pieno sostegno dell’etimologia) quella co-appartenenza che la mistica ha sempre messo in rilievo, preservando la distanza che caratterizza ogni relazione senza però esasperarla e proponendo dell’essere umano una visione lieta anziché immancabilmente connotata dal pessimismo antropologico proprio della teologia riformata «classica». La preghiera permette di istituire tra Dio e gli esseri umani un rapporto di continuità dato proprio dalla e nella relazione, che preserva l’individualità (senza cui alcun rapporto sarebbe pensabile) senza annullarla né condannarla, ma riconoscendone, al contrario, il valore insostituibile che le proviene dall’essere per eccellenza spazio della libertà, della fantasia e dell’unicità.
  • Preghiera, in ebraico, è anche ???? (derashah), sostantivo femminile, come in italiano, che della donna custodisce l’aspetto più profondo, autentico ed affascinante, poiché proviene dal verbo darash,  propriamente cercare, interrogare. Questo dovrebbe essere l’atteggiamento fondamentale di ogni cammino di fede, che è chiamato a strutturarsi come interrogazione assai più che come presunzione di certezza: chi si situa nella preghiera si colloca nella provvisorietà e fa della fede un luogo per ciò stesso vicino all’esistenza, poiché si pone al suo fianco e nel suo stesso cuore che è, come noi, sospeso, incerto. Chi vuole percorrere i sentieri della fede deve rimanere in preghiera e dunque in ricerca, precario e radicato nella domanda, insofferente di fronte ai reiterati tentativi perpetrati dalle ortodossie e dai fondamentalismi di fare del credente un credulo e del movimento incessante del credere uno stato in luogo rigido e per ciò stesso sterile ed ottuso.
  • Un ultimo approfondimento di tipo «pseudo-cabalistico». Il verbo deresh, in ebraico, è formato da tre cosiddetti «radicali»: dalet, resh e shin. Dalet è delet, «porta», luogo che sta a noi mantenere aperto o chiuso alla relazione con Dio e con sé, spiraglio o barriera per la comunicazione ed il suo flusso dinamico. Resh è Ruah, «soffio, spirito», elemento vivificante, orma di trascendenza impressa nell’intimo, diaframma che permette il respiro ed il contatto di fiati tra noi e Dio in noi e fuori di noi. Shin è shaab, «attingere», luogo presso cui dissetarsi, ma compiendo lo sforzo di chi riporta l’acqua in superficie dal profondo; è shabbat, luogo del riposo, del sostare; ed è shalom, pienezza, pace, restituzione anelata alla perpetua lontananza del sé.
(Palermo, Lunedì 12 Dicembre 2011) - Incontro del pastore A.Esposito con il Gruppo Alidaquila
 




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