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La mia vocazione

Trapani News - Cronaca Trapani
Scritto da Marsala.it   
Venerdì 30 Dicembre 2011 20:35
Vocazione è segreto custodito tra le pieghe del nostro essere umani, mistero che soltanto in parte si dispiega nel tentativo di viverlo e di accoglierlo. Tradurlo in parole significa accostarlo preservandone l'ulteriorità, balbettarlo salvaguardandone l'indicibilità. Vorrei provare a farlo prendendo le mosse dal modo in cui, quotidianamente, provo a vivere il mio ministero pastorale in seno alle chiese valdesi e metodiste e, attraverso di esse, nell’ecumene cristiana, così come in quel mondo di cui essa (spesso inconsapevolmente) è parte. Nel tentativo di individuare gli aspetti nevralgici del mio percorso vocazionale, che considero mai concluso, vorrei metterne in evidenza tre.
1 -Il primo di essi concerne il rapporto vivo e quotidiano con le Scritture ebraico-cristiane, luogo pienamente umano e, per ciò soltanto, spazio dell’incontro con Dio: il raffronto con queste pagine intense è di mutua, costante interrogazione, che fa della domanda, accolta prima e riformulata poi, il luogo della fecondità che caratterizza ogni ricerca di senso autentica. Vera relazione con la Parola di Dio che abita e innerva le Scritture è, difatti, quella interpretativa che, sola, si rivela in grado di aprire orizzonti nuovi, facendo dell’incontro con le pagine bibliche il luogo della fedeltà creativa con cui esse chiamano ad essere accostate e, ogni giorno di nuovo, riscoperte.  Questo spazio di ricerca intende spronarci a ricorrere alla fantasia quale strumento di indagine e luogo di una piena rivelazione, che si dà soltanto nel rapporto irripetibile che ciascuna e ciascuno di noi è chiamato ad instaurare con il Dio vivente che, attraverso la Sua Parola, ci invita a riprendere in mano la nostra fede per trasformarla. Oltre, però, che spazio di ricerca esistenziale personale, le Scritture sono il luogo intorno al quale si raccoglie la comunità, alla quale dovrebbe essere restituito il ruolo che le compete e che spesso le è stato indebitamente sottratto per essere affidato alle accademie: ovverosia il compito di elaborare la teologia. Questo a motivo del fatto che le comunità, a differenza delle università, sono in grado di fare teologia a partire dalla vita e dai contesti, dando così spazio ad una pluralità di interpretazioni che rende feconda la fede attraverso quel dialogo tra sensibilità diverse che, non di rado, la teologia ecclesiastica tende ad omologare. La teologia delle chiese, difatti, dovrebbe nascere dalla riflessione comunitaria mentre, spesso, viene richiesto alle comunità di sottoscrivere la prospettiva ecclesiastica già consolidata: ma, in questo modo, il rischio è che la novità dell’evangelo e la sua carica dirompente vengano, in un certo qual modo, mitigate, messe a freno, in nome di una prudenza istituzionale notoriamente amante della quiete che lo status quo garantisce. Restituire le Scritture all’interpretazione comunitaria consente di liberarne lo spirito eversivo troppo spesso soffocato dalle letture ecclesiastiche tradizionali e rappresenta, a mio avviso, l’unica strada attraverso cui la Parola di Dio può tornare a scuoterci da quel torpore le cui nebbie, nell’arco della storia, noi chiese abbiamo contribuito più ad alimentare che non a dissipare.
 
2-Il secondo aspetto riguarda quella libertà che di ogni fede autentica è radice e prolungamento, luogo principe ed irrinunciabile della sua incarnazione. Inutile dire, una volta di più, che come chiese abbiamo spesso attentato alla pienezza di questa libertà, in nome del principio d’autorità che tutto subordina e nulla discute. Che tale principio, poi, sia rappresentato dal magistero pontificio o dall’infallibilità del testo biblico interpretato nella sua letteralità, poco importa, giacché lo schema che soggiace a queste due derive apparentemente opposte è il medesimo: la subordinazione dell’intelligenza ad un criterio che la ignora e che, pertanto, la offende. Ma ogni vocazione, che si configura come risposta al Dio che chiama nel cuore della realtà ed attraverso di essa, deve necessariamente far ricorso all’intelligenza, a quella capacità di discernere che, inevitabilmente, si nutre della riflessione: screditare questa dimensione e la libertà in cui, soltanto, è possibile situarla, significa mantenere la fede in quello che il filosofo Immanuel Kant chiamava «stato di minorità», definendolo come «l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di altri» (Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, Mondatori, Milano, 1997). Come chiese dovremmo, pertanto, educarci a pensare in maniera autonoma, a crescere in quella libertà di coscienza e di pensiero senza cui la fede diviene superstizione, consuetudine, obbedienza cieca ed inconsapevole, con tutti i rischi del caso. Va da sé che l’esercizio di un pensiero autonomo non esaurisce il senso (articolato, variopinto) della vocazione: ma si tratta di un aspetto costitutivo, senza il quale, nel cammino in cui la fede consiste, non può esserci maturazione, trasformazione, autenticità. 
3-Il terzo aspetto risiede nella realizzazione della giustizia come rivendicazione del diritto degli esclusi: in questo soprattutto, infatti, consiste l’annuncio/denuncia dei profeti d’Israele, così come la predicazione del Regno di Dio e del Dio del Regno testimoniata e vissuta da Gesù. L’orizzonte del mondo, con le sue contraddizioni e la sua piena umanità, deve tornare ad essere quello delle chiese se, come comunità all’ascolto, vogliamo rimanere fedeli all’evangelo. Spesso, invece, viviamo nell’auto-referenzialità di un annuncio che non varca le soglie dei nostri templi e che, in tal modo, non sa più essere profetico né portatore di speranza. Senza questo respiro più ampio la nostra vocazione rischia di trasformarsi in professione sterile, incapace di accogliere le domande e le sollecitazioni che le provengono dalla realtà circostante e di rispondervi attraverso la silenziosa eloquenza del gesto. Se la vocazione non diviene prassi di giustizia in favore dei diseredati di questa terra, vana è la nostra fede, che diviene affermazione senza riscontro, adesione senza impegno, pronunciamento senza discepolato. È quanto ci ricorda il teologo della liberazione uruguaiano Juan Luis Segundo: 
 
«Gesù allude alla sua missione intendendola come un progetto storico, come  un qualcosa in cui la collaborazione umana viene sollecitata e dichiarata decisiva […] La gioia del Regno è associata alla storia, a piani e a conflitti storici, poiché l’annuncio profetico di Gesù mette in intima relazione la prossimità del Regno e la liberazione dei poveri: da questa relazione inestricabile scaturiscono lo scandalo e l’opposizione […] A questa ovvia collaborazione di noi esseri umani con Dio per portare il Regno sulla terra appartiene un dato fondamentale: la necessità di lasciare tutto per il Regno; il che non avrebbe senso se questo Regno fosse completamente indifferente a quanto le donne e gli uomini fanno per esso e per la sua venuta» [Tratto da: J.L. Segundo, La historia perdida y recuperada de Jesús de Nazaret, Sal Terrae, Santander, 1991, cit. pagg. 165-173 – traduzione mia]
 
 
Vorrei concludere dedicando queste modeste riflessioni a chi, nella sua vocazione di uomo e di discepolo, ha vissuto con umiltà e coerenza quanto ho provato a balbettare: Enzo Mazzi, maestro, compagno di ricerca e fratello d’inquietudini.
 
 
 
 
 
Il pastore della Chiesa Valdese di Trapani e Marsala Alessandro Esposito - 29 dic 2011




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