Dopo che Gesù nacque a Betlemme, in Giudea, al tempo del re Erode, ecco giungere a Gerusalemme dall’oriente dei magi, i quali domandavano: «Dov’è il neonato re dei giudei? Poiché abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti ad adorarlo». All’udire ciò il re Erode fu preso da spavento e con lui tutta Gerusalemme.(Matteo 2,1)
Tre uomini abituati ad osservare il cielo sono richiamati a riportare il loro sguardo sulla terra e a percorrerla. Giungendo dal lontano Oriente si recano là dove ritengono di poter ottenere notizie riguardo a colui che cercano: domandano del re che Israele attende in casa del re che Israele ha, a Gerusalemme.
Subito Erode viene assalito da un turbamento: così avviene nel cuore dei potenti, o in ciò che ne è rimasto, al solo scorgere nella penombra di una parola udita la presenza di un usurpatore. Con lui, viene colta da sconcerto tutta Gerusalemme: l’evento è di quelli che scuotono un popolo, una generazione, sin nelle viscere. Si tratta di agire con urgenza. Ecco allora convocati per l’occasione coloro che con il potere sono conniventi, uomini ai quali il potente ricorre per fugare ogni inquietudine dal sapore religioso: capi dei sacerdoti e scribi, guardiani dell’ortodossia inflessibile e solerte. Interpellati dal sovrano, in perfetto, impeccabile ossequio, rispondono: il messia nascerà a Betlemme.
Cresce il turbamento, sino a diventare timore: persino le parole di un profeta a insinuare il dubbio, a confermare il sospetto. Betlemme, la casa del pane: quel pane che il sovrano e la sua corte hanno trasformato in un privilegio e che quel bimbo, crescendo, domanderà al Padre come sostegno quotidiano, a tutti accessibile. Betlemme, piccolo villaggio dimenticato, che ora, d’improvviso, si erge sfacciatamente contro Gerusalemme sino a farle ombra. Dinanzi a ciò che è piccolo tremano i potenti: così Erode viene invaso dall’angoscia di fronte a ciò che non è ma già promette di essere, di fronte al seme che si appresta a germogliare. Reciderlo sin dalla radice è l’unica garanzia di incolumità, l’unico argine che si possa erigere a tutela di quel privilegio che ogni potente intende preservare a tutti i costi. Basterà aggredire l’indifeso, sopprimere l’innocente. Ci vuole astuzia, però: nulla deve trapelare, bisogna approfittare degli ospiti inattesi e della loro ingenuità. Sarà sufficiente conquistare la loro fiducia con l’ipocrisia, arte dell’inganno e del travestimento in cui ogni potente è versato, per consuetudine affinata negli anni. «Andate ed informatevi accuratamente riguardo al bimbo: quando doveste trovarlo, ditemelo, così che anch’io possa venire e adorarlo». Ecco fatto: teso il tranello, preparata la rete in cui cadranno i tre sprovveduti, insieme col bambino.
I tre uomini venuti dall’Oriente si rimettono in cammino, lo sguardo rivolto di nuovo a quel cielo che per mestiere e per scienza scrutano ed interrogano: e il cielo li accompagna, li osserva e li guida. Giungono e prima delle menti se ne accorgono i cuori, invasi come da un fremito, da una gioia d’improvviso avvertita sotto la pelle: cedono, al fine, le gambe spossate per tanto itinerare e i corpi, come vinti, si adagiano sulle ginocchia; e tutto intorno è silenzio e pace. Svestono dunque i doni di fronte a quel dono d’innocenza, a quel neonato che col solo venire al mondo rende inquieti i potenti. Non una parola con la giovane madre: solo sguardi ed un muto intendersi.
Trascorre, infine, la notte che, con il ristoro, porta consiglio: una corda vibra nell’intimo di uno dei tre, che divide con gli altri il presagio e l’inquietudine. Quel re, quell’Erode all’apparenza così premuroso, celava qualcosa dietro il volto affabile: uno strano sogno gliene aveva ridestata la memoria smarrita.
Vi sono cose che la mente sveglia non coglie e dobbiamo chiudere gli occhi per vederle, per avvertire quanto una sorta di istinto ha trattenuto nel segreto, per rivelarcelo – poi – in sogno. I tre cambiano via, al ritorno: si fanno beffa di chi aveva inteso ingannarli. Erode rimarrà solo con la sua ira, giacché il potente non ama vedersi superato in scaltrezza: la sfogherà, come ogni despota, su altri innocenti, che quel bimbo scampato alla morte, crescendo, metterà al centro del suo annuncio e della sua vita.