C’è un aspetto dell’annuncio dell’Amato che ha sempre catturato la mia attenzione: Gesù, così come il suo maestro Giovanni che battezzava lungo le rive del fiume Giordano, manifesta una spiccata predilezione per il profeta Isaia. Una volta fatta questa constatazione, però, è importante capire che cosa vi stia dietro: perché proprio Isaia e non un altro testo delle Scritture, o un altro qualsiasi dei profeti del popolo d’Israele? Naturalmente, i motivi possono essere i più svariati ed alcuni di essi, com’è inevitabile che sia, ci sfuggono. Esiste, però, una ragione fondamentale, che invece si può evincere con relativa facilità: Isaia e Gesù annunciano costantemente un Dio dai piedi impolverati, attento al grido degli oppressi, solidale con le rivendicazioni degli esclusi; un Dio capace di indignarsi e che, all’indignazione, aggiunge l’invito concreto a noi donne e noi uomini affinché la realtà che gli trafigge sguardo e cuore possa mutare. Una certa teologia è propensa a demandare a Dio il compito di questa trasformazione: ma, Scritture alla mano, il Dio biblico fa appello al nostro senso di responsabilità e intende coinvolgerci attivamente nei delicati e complessi destini delle vicende umane e storiche. Questo, infatti, è il modo in cui Dio interviene nella storia: servendosi di noi, della nostra disponibilità a cooperare con Lui, con Lei, in accordo con la Sua volontà. Il Dio biblico non agisce da solo: intende sollecitare la nostra collaborazione, renderci donne e uomini responsabili, ovverosia «capaci di rispondere» a quelle situazioni attraverso cui Egli, costantemente, ci interpella.
È per questo motivo che una delle parole più ricorrenti nel vocabolario di Isaia è diritto: e non si tratta mai di un diritto qualsiasi, generalizzato e, per ciò stesso, inefficace; Isaia – e Dio attraverso il suo annuncio – parla del diritto degli umili. L’ebraico, lingua dei profeti d’Israele, custodisce sempre nel suo seno significati che ci aiutano a comprendere un testo più in profondità. In italiano traduciamo con diritto il termine ebraico mishpat che, con ogni probabilità, ci dicono i filologi, proviene dalla parola mishpahah che significa, anzitutto, famiglia: ad indicare il fatto che, nell’amministrazione del diritto, un popolo deve essere considerato come un’unica, grande compagine. Ma l’accezione è, in realtà, ancora più vasta e corrisponde alla propensione «universalistica» che, normalmente, gli esegeti sono inclini a riconoscere al linguaggio di Isaia: oltre che con «famiglia» mishpahah può essere reso con specie, intendendo, con ciò, la più vasta «famiglia umana». All’interno di quest’ultima, ciascuno deve beneficiare dei medesimi diritti e chi amministra la giustizia deve badare a che tale diritto non venga violato o calpestato. Ma chi è chiamato ad amministrare la giustizia?
Vi sono due soggetti principali: da un lato coloro che, specificamente, vengono investiti di questa che è una responsabilità e non, come spesso viene inteso, un privilegio. Inutile dire che, sovente, le persone designate per ricoprire tale incarico vengono meno a tale responsabilità, interpretando una funzione di servizio come ruolo di potere. In tal caso è chiamato ad intervenire l’altro soggetto: l’uomo e la donna comune che, constatata l’ingiustizia, hanno il dovere di denunciarla e di ristabilire il diritto.
Anche in questo caso è inutile dire che sono assai pochi coloro che decidono di assumersi un compito tanto ingrato, che espone chi lo assume a critiche e persecuzioni. Di qui nascono le voci profetiche, le vocazioni delle donne e degli uomini che comprendono che rispondere a Dio significa anzitutto opporsi alla violazione del diritto perpetrata dai potenti ai danni dei diseredati di questa terra. Ecco perché Isaia sottolinea a più riprese il fatto che il diritto che più sta a cuore a Dio è quello degli umili: la parola che il profeta utilizza è anî che, propriamente, significa piegato, curvo. Dunque, più che degli umili, si tratta degli umiliati, di coloro che dei potenti subiscono le vessazioni e lo sfruttamento, nei corpi come negli animi e che per ciò hanno entrambe, corpo ed animo, ricurvi. In questa prostrazione in cui giacciono, il loro sguardo è impossibilitato a levarsi per scorgere orizzonti diversi, possibilità nuove. Perché ciò avvenga, siamo chiamati a divenire comunità profetica, che denuncia il sopruso e ristabilisce il diritto.
Dio chiede a noi di farlo: Egli è tutt’altro che indifferente al grido degli oppressi; ma per agire si affida a noi, perché sa che, altrimenti, l’uomo e la donna a Sua immagine e somiglianza non saranno se non l’illusione del Suo desiderio incompiuto. Solo la sensibilità al grido dell’oppresso può umanizzarci: senza questa capacità di vibrare percossi dal dolore dell’altro, capacità che solo il cuore (parola che viene da cordis: «corda») può sviluppare, saremo noi a rimanere ricurvi, ripiegati su quell’autoreferenzialità che è il marchio della nostra società dell’opulenza.
Alessandro Esposito - da 'Riforma' del 19 gen 2012 - www.chiesavaldesetrapani.com



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